Ishtar è la principale divinità femminile della mitologia mesopotamica (assiro-babilonese), derivata dalla dea sumera Inanna. E’ la Dea dell’amore, della fertilità, dell’erotismo e della passionalità e, inutile dirlo, era bellissima. Nessun uomo poteva resisterle. Ma era anche la Dea degli Opposti: se, da un lato Incarnava la fertilità e l’amore passionale, dall’altro era anche una divinità guerriera.

La stessa Dea rimane vittima della sua passionalità e si innamora perdutamente di Gilgamesh: “… sii il mio amante! Donami come regalo la tua virilità! Sii il mio sposo ed io sarò la tua sposa”. Come si può resistere a tanta bellezza e passione?

Ma Gilgamesh respingerà duramente le lusinghe della Dea con parole durissime definendola:

Un forno che non scioglie il ghiaccio. Una porta che non ripara dal vento. Una scarpa che stringe il piede del proprietario. Pece che sporca le mani di chi la trasporta. Otre che si riversa sul suo portatore. Un palazzo che crolla sui suoi proprietari…“. Diremmo a Napoli… l’ha fatt’ na munnezz!

Le ricorda come tutte le sue promesse di amore siano miseramente fallite e di come tutti i suoi amanti abbiano fatto una triste fine. Il rifiuto sdegnato di Gilgamesh scatenerà l’ira della Dea guerriera che provocherà la morte di Enkidu, il suo unico amico.

Il tema della leggenda è certamente il controllo delle pulsioni e delle passioni, ed entrambi i protagonisti eccedono in esse.

Da un lato Ishtar vittima della sua stessa natura passionale. Dall’altra Gilgamesh che, anche se con fredda (e non saggia) razionalità, resiste alla tentazione manifestando un controllo della passione di natura distruttiva, arrogante e di disprezzo.

Solo dopo la morte di Enkidu ed il suo viaggio alla ricerca dell’immortalità, Gilgamesh acquisirà saggezza e pieno controllo delle pulsioni perché accetterà la sua condizione mortale.

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